Ultimo Aggiornamento:
19 luglio 2017
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Il voto di chi (forse) non vota

Luca Tentoni - 04.03.2017
Il voto di chi non vota

In occasione delle elezioni amministrative che, nella prossima primavera, riguarderanno 25 capoluoghi di provincia e molti altri comuni, il tasso di partecipazione elettorale sarà - come al solito - al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica per un giorno o due, in attesa dei risultati di candidati sindaci e partiti. In seguito, l'astensionismo tornerà ad essere un argomento per pochi studiosi di sociologia elettorale. Eppure, come ha dimostrato anche il recente referendum del 4 dicembre 2016 sul progetto di revisione costituzionale, la mobilitazione di quella fascia dell'elettorato che non vota sempre può essere importante per rafforzare una tendenza o mutarla. In Italia, come in molte altre democrazie, ci sono diversi segmenti dell'elettorato: quello "fedele", che partecipa a tutte le competizioni (o alla maggior parte di quelle in programma: in occasione di alcuni referendum, a causa dell'invito dei partiti ad astenersi o dello scarso interesse del quesito, l'affluenza scende fino al 30%: nel primo caso, però, si tratta di un non voto in qualche modo "partecipativo", perché tendente a far fallire la possibile vittoria degli abrogazionisti referendari) e che oggi si può quantificare - a livello nazionale - poco sotto o intorno al 50% degli aventi diritto al voto; quello "intermittente", che si mobilita di più in certe occasioni (le politiche), di meno in altre (le europee) e che in talune situazioni (i referendum, ma ultimamente anche le elezioni regionali ed amministrative) decide di volta in volta se andare alle urne è più o meno importante e "coinvolgente" (si tratta di un'area che oscilla fra il 20 e il 25% del corpo elettorale); quello "strutturalmente assente" che non vota neppure per le politiche (considerate unanimemente "elezioni di primo livello", cioè le più importanti nella scala delle priorità dei votanti potenziali) che alle politiche del 2013 ha raggiunto il 25% degli iscritti nelle liste elettorali. La dimensione assunta da ciascuna delle "tre famiglie" di elettori si differenzia per area geografica (si vota di più al Centro-Nord) per classi di comuni, per categoria socio-economica, per livello di istruzione. Alle prossime elezioni amministrative, per esempio, potremmo assistere ad una forte percentuale di "non voto", perché nei 25 capoluoghi dove si devono eleggere un nuovo sindaco e un nuovo consiglio comunale, c'è una tendenza media ad una minore affluenza alle urne rispetto al dato nazionale: alle politiche del 2013 i "non voti" furono il 27,8% (29,7% considerando anche le schede bianche e nulle) contro il 24,8% (27,7%) complessivo; alle europee, non andò alle urne il 46,7% degli elettori di questi 25 comuni (con bianche e nulle si arrivò a un "non voto" pari al 48,6%) contro il 41,3% (44,4%) nazionale. In questi capoluoghi, come nel resto d'Italia, gli elettori "intermittenti" hanno stabilito un proprio grado di coinvolgimento a seconda degli appuntamenti: l'astensione è stata "solo" del 27,8% alle politiche 2013, ma era più elevata alle comunali (2012-'13: 36,8%) ed è stata molto più alta per le europee 2014 (46,7%) e le regionali (2012-'15: 49,6%). Al referendum costituzionale il "non voto" si è fermato al 32,9% (33,4% con bianche e nulle) contro il 31,5% nazionale (32,3% sugli aventi diritto): anche qui, un maggior tasso d'astensione rispetto al resto del Paese, ma con un recupero eccezionale di affluenza rispetto ad europee (+13,7%), regionali (+16,7%) e comunali (+3,9%) ed un calo limitato al 5,1% in confronto alle politiche. Solo nei 25 comuni considerati, il divario di affluenza fra l'elezione più partecipata (politiche: 1,926 milioni di voti validi) e quella più disertata (regionali: 1,375 milioni di voti validi) ha riguardato più di mezzo milione di italiani sui 2,8 chiamati alle urne in quei capoluoghi. Questo dato, proiettato in scala su tutto il Paese, ci fa capire che il fenomeno è di primaria grandezza e di notevole rilevanza politica e sociale. Lo studio di questo "modo d'essere" delle democrazie risale addirittura agli anni Venti del secolo scorso (gli studi di Gosnell e Merriam negli Stati Uniti) ma si è intensificato in Europa fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta (“L'abstentionnisme électoral en France” - Alain Lancelot, ed. Presses de la Fondation nationale de sciences politiques, 1968; "Stimmenthaltung bei politischen Wahlen in der Bundesrepublik Deutschland" - Günter D. Radtke, ed. Hain, 1972). In Italia fu un convegno della Società italiana di studi elettorali, nel gennaio 1982 ("L'astensionismo elettorale in Italia e in Europa") a fare il punto su un fenomeno che nel nostro Paese aveva cominciato a manifestarsi con una certa evidenza solo in occasione delle elezioni politiche del 1979. Successivamente, i contributi di quel convegno furono raccolti e selezionati da Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino (per le edizioni di Comunità, nel 1983) e pubblicati in volume ("Il voto di chi non vota") avviando una serie di studi che sarebbe divenuta più ricca col passare dei decenni e con l'aumento della tendenza degli italiani a recarsi meno numerosi alle urne (si veda anche, dello stesso periodo: "L'astensionismo elettorale in Italia. Dimensioni e incidenza politica" - Antonio Agosta, in Democrazia e diritto, 1982). Si accennava, in precedenza, ad una possibile configurazione dell'elettorato italiano: su dieci aventi diritto, cinque tendono a votare sempre (ma due si astengono in referendum "sgraditi"), due o tre votano solo in base all'interesse per la consultazione, mentre due non votano mai. La lotta politica, dunque, si concentra - o, meglio, si dovrebbe orientare - sul 20-25% di elettori che non sanno se vale la pena o meno di andare ai seggi. Di solito, in occasione di elezioni di primo livello (le politiche, o, in Francia, le presidenziali) si riesce a mobilitare quasi tutto il campo degli incerti: due sondaggi effettuati a inizio febbraio (OpinionWay/Orpi pour Les Echos, 10 febbraio 2017; Ifop stesso periodo) ci spiegano che, sebbene l'80% dei francesi consideri pessima la campagna elettorale, il 65% è interessato a seguirla e il 63% andrebbe a votare per eleggere il nuovo Capo dello Stato. In altre parole, anche in un Paese vicino al nostro (pur se con un sistema politico-istituzionale diverso) è il tipo di elezione che spinge chi "mugugna" a recarsi alle urne oppure a restare a casa. Quando ci si interroga sullo stato della nostra democrazia e su una probabile "autoreferenzialità" dei messaggi politici, si dovrebbe tener conto che il "mercato elettorale" è fluido, non tanto fra gli elettori "fedeli" (fra i quali, ad esempio, il passaggio dal voto per un partito di centrosinistra a uno di centrodestra è più raro che dall'ex Unione o dall'ex CDL verso il M5S) quanto, piuttosto, nell'area dell'elettorato "intermittente". Quest'ultimo, pur comprendendo una quota di elettori schierati politicamente, ha però un forte interesse per il "partito del non voto" (inteso ovviamente non come soggetto unitario ed omogeneo, ma come "rifugio estremo"). Per le forze politiche raggiungere gli "intermittenti" è fondamentale. Però, trattandosi di elettori spesso "in libera uscita", occorre predisporre un'offerta politica che risponda alle differenti esigenze sociali, economiche e territoriali. Se è vero (fino a un certo punto, peraltro) che "l'intendenza segue" (cioè: i fedeli del partito che sono anche assidui votanti non fanno mancare il proprio sostegno sempre e comunque, anche se vanno costantemente motivati), è però anche vero che senza rimodellare i programmi, la comunicazione (e talvolta la leadership) su esigenze più ampie del ristretto 50% che va a votare per abitudine e convinzione ferrea, nessuno può sperare di vincere. Le prossime elezioni amministrative e soprattutto politiche, dunque, si giocheranno non sulla "guerra di frontiera" per la conquista dell'elettorato "fedele" (alle urne) e "di area" (che è numericamente meno significativo) ma per attrarre al voto (e magari recuperare alle abitudini della democrazia rappresentativa) fasce di italiani che talvolta tendono ad "autoescludersi" (astenendosi) proprio perché si sentono emarginate dalle scelte e dalle proposte politiche dei partiti.