Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Giolittismo renziano

Fulvio Cammarano * - 17.12.2016
Giovanni Giolitti

Nel nostro sistema politico ciò che alla fine davvero conta è che ci sia una maggioranza parlamentare in grado di sostenere l’esecutivo. Lo dice la Costituzione, ma lo dice anche la storia. Chi si procura una maggioranza governa, a prescindere dalle caratteristiche e dalle combinazioni che presiedono alla formazione di questa maggioranza. Che poi la tranquillità della navigazione dipenda dalla credibilità della guida è cosa ovvia e ha a che fare con i meccanismi della psicologia politica che non sono dissimili da quelli che presiedono la logica del mercato finanziario. Chi è in grado di “comunicare” successo e stabilità diventa il carro vincente su cui tutti vogliono salire. Di fatto nel nostro Paese, come ben sanno gli storici italiani, chi vuole comprendere come si formano i governi non può prescindere dallo studio del “partito della maggioranza” che spesso non coincide sic et simpliciter con il “partito di maggioranza”. Per questo da sempre uno degli impegni più gravosi del Governo è stato quello di garantirsi una maggioranza stabile. Sino a quando i partiti avevano un peso politico determinante, tale operazione spettava a loro, vale a dire toccava alle segreterie mediare sia tra correnti e logiche interne, sia con le altre organizzazioni interessate a confluire in questo particolare “partito” parlamentare. Tuttavia, con l’indebolimento della legittimazione delle forze politiche organizzate, il compito di procurarsi il sostegno all’interno del Parlamento è diventato un’incombenza che sempre più spesso coinvolge lo stesso Presidente del Consiglio, la cui personalità e immagine appaiono ormai doti politiche indispensabili alla sopravvivenza dell’esecutivo. Che il governo Gentiloni, appena salpato per una navigazione che si annuncia “a vista”, sia nato da una indicazione del premier uscente ed usufruisca di una maggioranza non sua, ma forgiata da Matteo Renzi, nessuno lo può mettere in discussione. L’ex premier ha delineato un percorso di trasformazione incentrato su una condivisione di obiettivi che oltrepassava i perimetri partitici, chiedendo libertà di manovra a una realtà parlamentare fragile e con forti e aggressive opposizioni, per di più delegittimata dalla sentenza della Consulta sull’incostituzionalità del “Porcellum”. Ora una tale maggioranza che si riconosce nell’insostituibilità di Renzi la si può definire a tutti gli effetti renziana nel senso che si è plasmata (anche per la necessità di mantenere in vita la legislatura) sul progetto di governo dell’ex premier e che dunque la può controllare solo continuando a presentarsi come un permanente Presidente del Consiglio in pectore. Consegnandola ad un suo “uomo di fiducia”, peraltro prontamente affiancato da altri renziani di ferro, la maggioranza si affida ad un nuovo padrone, ma continua a far riferimento al vecchio. Per Renzi, dunque, a questo punto il lavoro diventa duplice: si tratta non solo di progettare il proprio ritorno dopo le elezioni, ma anche d’impedire che Gentiloni possa acquisire un’autonomia d’immagine e di prestigio che gli permetta di “mettersi in proprio”. Le poche modificazioni apportate nella compagine e nella maggioranza ministeriale appaiono, infatti, modifiche non certo strutturali, che Renzi stesso avrebbe fatto se avesse potuto. L’ingresso di soli cinque nuovi ministri (tra cui  l’alter ego dell’ex premier, Luca Lotti) su diciotto, dimostra non solo che non è in atto una rivoluzione, ma che siamo di fronte ad una vera ed esibita continuità, confermata peraltro dalle prime dichiarazioni dello stesso Gentiloni. Questo non significa che l’attuale governo sia un clone del precedente anche se, in attesa di osservarne gli sviluppi, appare giusto riconoscere che non sbagliano quelli che parlano di un esecutivo Gentiloni-Renzi. Tuttavia, queste uscite di scena dei Presidenti del Consiglio per continuare però a rimanerci al centro, non è nuovo nella vita politica italiana. In diversi, negli ultimi giorni, hanno ricordato che Paolo Gentiloni è un discendente di quell’Ottorino Gentiloni che un secolo fa si stipulò un accordo segreto con Giolitti per garantire il voto degli elettori cattolici al governo. Ma il ritorno all’età giolittiana non è tanto rappresentato dal quel “patto” che permise al mondo cattolico di percepirsi come potenziale protagonista politico in un Paese che, dopo l’unificazione, l’aveva tenuto in quarantena. Quello che andrebbe sottolineato è invece la non superficiale analogia tra il metodo utilizzato da Renzi per imporre Gentiloni come suo successore e il celebrato modello giolittiano che prevedeva - in presenza di una Camera sostanzialmente addomesticata, allora giolittiana, oggi renziana - la possibilità, per il presidente del Consiglio, nei momenti di difficoltà politica, di continuare ad occupare quello scranno per interposta persona. Come è noto Giolitti, tra il 1905 e il 1914, adottò più volte questo sistema d’indicare, nei frangenti di difficoltà politica e parlamentare, un successore a lui vicino, pronto a farsi da parte una volta passata la turbolenza che l’aveva fatto allontanare. Il metodo si basava su un meccanismo molto delicato che prevedeva il riconoscimento, da parte della classe politica, del Presidente del Consiglio come dominus del Parlamento e dunque una garanzia di fedeltà della maggioranza del Parlamento pronta a seguire le indicazioni del premier anche in sua assenza. Inoltre tale modello prevedeva il controllo ferreo del sostituto per scongiurare l’umana tentazione di svincolarsi dal leader (come avvenne con Salandra favorito in questo dallo scoppio della Prima guerra mondiale). Il parallelo Renzi-Giolitti è plausibile, andando oltre l’enorme differenza dei contesti e dell’esperienza (oltre che della personalità) dei due protagonisti, perché richiama l’eterno bisogno della Camera di far affidamento su una guida politica, un leader riconosciuto che sappia ricondurre il fisiologico legame dei parlamentari con gli “interessi” della società, all’interno di una logica “statale” e di governo. Insomma quell’ambiguo confine società-stato che il Parlamento dovrebbe rappresentare chiede implicitamente di essere disciplinato (se è necessario anche con la minaccia del ricorso alle urne) ovviamente non con la forza, ma per lo più assecondandone pregi e difetti. Non dimentichiamo, inoltre, che, come Giolitti, anche Renzi non ha disdegnato la pratica trasformista, vale a dire cooptare all’interno della maggioranza (o ammorbidire) pezzi di classe politica che trovano una propria ragione di vita solo all’interno dell’orbita del governo. E’ comunque evidente infatti, al di là delle forzature tipiche di ogni analogia storica, che in assenza di personalità carismatiche e a fronte di una perdita di forza e credibilità dei partiti, Renzi ha saputo farsi largo nell’attuale dissesto delle istituzioni rappresentative, presentandosi come l’unico leader capace di indicare la via d’uscita dalla crisi. Un’immagine che va alimentata anche in vista della formazione del prossimo parlamento. In questo senso la futura legge elettorale e la leadership del Pd rimangono per Renzi strumenti decisivi con cui costruire il futuro “partito della maggioranza” nella speranza di esserne ancora il dominus. Non possiamo ancora sapere se l’ex premier sia indispensabile a questo universo politico come lo era Giolitti per il proprio. La credibilità (vera o presunta, nel breve periodo non fa differenza) della propria implacabile insostituibilità è il segreto del metodo giolittiano. Ed oggi un’immagine simile è strettamente legata alla capacità di saper narrare, quasi far vedere, l’uscita dalla crisi economica.

 

 

 

 

* Ordinario di storia contemporanea, Università di Bologna