Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Da Parigi, il primo accordo universale sul clima

Elisa Calliari * - 22.12.2015
François Hollande COP21

A Parigi abbiamo visto molte rivoluzioni. La più bella, la più pacifica rivoluzione è stata ora raggiunta: una rivoluzione climatica”. Così il presidente François Hollande ha salutato sabato 12 dicembre l’adozione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, frutto di due intense settimane negoziali tenutesi nella capitale francese a partire dal 30 Novembre e culmine di un percorso iniziato alla Conferenza delle Parti (COP) di Durban quattro anni fa. L’Accordo è stato accolto da un generalizzato entusiasmo da parte della stampa, del settore privato, di molte organizzazioni della società civile e, soprattutto, da parte degli stessi paesi che lo hanno più volte definito un eclatante successo del multilateralismo. Che sia davvero una “rivoluzione”, come affermato da Hollande, è difficile da sostenere. Ciò non toglie che si tratti di un accordo storico nella sua natura universale e, sotto alcuni aspetti, più ambizioso di quanto ci si aspettasse inizialmente.

L’elemento di ambizione più importante è rappresentato dall’obiettivo di lungo periodo che si è scelto di perseguire, ossia di mantenere l’aumento della temperatura rispetto al periodo pre-industriale “ben al di sotto dei 2 °C” e sforzandosi di limitarlo a 1.5 °C. Il riferimento a quest’ultimo target rappresenta forse la vittoria più importante per i paesi in via di sviluppo, ed in particolar modo per le piccole isole caraibiche e del Pacifico che avevano più volte annunciato di non poter firmare alcun accordo che le condannasse all’estinzione. I paesi nel loro insieme sono chiamati a raggiungere un picco nelle emissioni “il più presto possibile” e ad intraprendere da allora in poi “rapide” riduzioni per giungere a zero emissioni nette di gas ad effetto serra nella seconda parte del secolo. L’assenza di riferimenti temporali precisi e di quantificazioni rispetto alle riduzioni attese rappresenta tuttavia l’aspetto più debole dell’accordo, nonché la manifestazione forse più evidente della necessità di raggiungere un compromesso tra gli interessi ed esigenze delle 195 parti dell’UNFCCC.

Ogni paese è chiamato a fare la propria parte, mettendo sul tavolo “Contribuzioni Nazionalmente Determinate - CND”, che devono riflettere sforzi ambiziosi e dovranno essere comunicate e riviste al rialzo ogni 5 anni. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni inclusi nelle CND non saranno vincolanti in sé, in quanto l’Accordo prevede solo un obbligo procedurale rispetto alla loro definizione e comunicazione. Quest’ultimo è stato uno dei nodi più delicati da sciogliere a Parigi, e molti paesi hanno in realtà spinto per l’adozione di un linguaggio morbido al riguardo. In particolare, gli Stati Uniti hanno più volte enfatizzato come l’inclusione di target vincolanti sulle emissioni e di impegni finanziari aggiuntivi avrebbe reso necessaria la ratifica dell’Accordo da parte del Senato, un evento piuttosto improbabile visto l’attuale maggioranza repubblicana.

L’Accordo di Parigi segna un radicale cambio di prospettiva rispetto al suo predecessore. Il protocollo di Kyoto era infatti fondato su un rigido approccio top-down, con l’imposizione di target vincolanti di riduzione delle emissioni ad un sottogruppo di paesi (gli Annex 1). Il nuovo accordo si caratterizza invece per il coinvolgimento di tutti i paesi, sulla base delle loro “responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità, e alla luce delle differenti circostanze nazionali”. Come rendere operativa tale differenziazione è stato un altro dei punti più complessi da affrontare durante i negoziati. Il testo finale delinea obblighi diversi per paesi sviluppati e in via di sviluppo, riconoscendo all’interno di quest’ultimi lo status particolare dei paesi meno sviluppati (Least Developed Countries) e dei piccoli stati insulari. Viene di fatto superata la tradizionale categorizzazione tra paesi Annex 1 e non- Annex 1, mettendo fine alla logica binaria – e di contrapposizione- che ha caratterizzato l’UNFCCC fino a questo momento.  

Si è riusciti inoltre a correggere uno squilibrio che aveva caratterizzato l’UNFCCC ab origine, ovvero la maggior enfasi attribuita alle azioni di mitigazione rispetto a quelle di adattamento. Con Parigi l’adattamento viene finalmente posto sullo stesso piano della mitigazione, fissando addirittura un obiettivo globale che mira a potenziare la capacità adattativa, rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

Legato a doppio filo alla questione dell’adattamento è anche il tema di Loss and Damage (L&D), relativo alle perdite e danni residuali che si materializzano nei paesi più vulnerabili al netto di adattamento e mitigazione. Fino agli ultimi giorni si è assistito ad una sostanziale impasse, a causa dello scontro tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo sull’opportunità di avere L&D come un articolo separato all’interno dell’accordo. In particolare, paesi come il Canada, la Svizzera e gli Stati Uniti hanno per anni sostenuto che L&D fosse parte dell’adattamento, delegittimando in questo modo le richieste di compensazione per i danni climatici avanzate soprattutto dalle piccole isole. Un compromesso è stato raggiunto nelle ultime ore, dedicando uno specifico articolo su L&D ma segnalando al contempo che non potrà essere utilizzato come base giuridica per far valere richieste di compensazione sulla base della responsabilità storica dei paesi industrializzati. Una postilla esplicitamente richiesta dagli Stati Uniti, e alla quale i paesi in via di sviluppo potrebbero aver ceduto in cambio del goal dei 1.5 °C .

Come sottolineato da molti paesi nei discorsi di chiusura della COP21, l’accordo di Parigi “è buono ma non è perfetto”. E se da una parte rappresenta un grande successo nel cristallizzare un impegno universale nella lotta ai cambiamenti climatici, dall’altra porta con sé tutti i limiti di un processo dove è necessario raggiungere il consenso di 195 parti. Molto rimane da fare, soprattutto nel mobilizzare i finanziamenti necessari per sostenere mitigazione e adattamento nei pesi in via di sviluppo, trasferimento tecnologico e attività di capacity building. Senza aspettare il 2020 per l’entrata in vigore dell’accordo: la transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio inizia oggi.

 

 

 

 

* Agenzia di Stampa Giovanile e Università Ca’ Foscari di Venezia