Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Barack Obama e il capitalismo statunitense: un bilancio dopo otto anni

Duccio Basosi * - 07.01.2017
Jack Lew

Con una buona connessione ci vogliono solo pochi secondi a rintracciare il nome dell'attuale segretario al Tesoro degli Stati Uniti d'America. Naturalmente si può condurre una discreta esistenza anche senza disporre di questa informazione, ma il fatto che Jack Lew sia un perfetto sconosciuto è un'indicazione importante per fare il punto sul capitalismo statunitense alla fine della presidenza Obama.

 

Su scala planetaria il contesto è quello di un affaticamento del sistema, che viene da lontano. Nell'ultimo quarantennio, la crescita mondiale non è riuscita a replicare i ritmi del dopoguerra (sul lungo periodo, quei ritmi restano in realtà l'eccezione, anche se molti sono convinti che fossero la regola), ma è proprio nei centri tradizionali del capitalismo che tale affaticamento appare più pronunciato: c'è chi l'ha chiamata “stagnazione secolare”. Naturalmente, la stagnazione di lungo periodo potrebbe anche non essere un problema, se fosse un risultato consapevole, perseguito da società soddisfatte, eque e dedite alla cura dell'ambiente. Niente di tutto ciò: quella attuale è solo assenza di crescita quantitativa in società che sono interamente votate alla crescita quantitativa e che, senza crescita, si scoprono povere, depresse e aggressive. Da questo punto di vista, la centralità della finanza è solitamente vista come la principale responsabile dello stato di cose. Tuttavia, osservatori attenti come il sociologo tedesco Wolfgang Streeck hanno avanzato in modo convincente l'ipotesi che la finanziarizzazione sia piuttosto da vedere come il sintomo di un problema sottostante: la finanza fa “guadagnare tempo” a un sistema in crisi.

 

Posta in questi termini, la questione dello stato del capitalismo statunitense odierno trascende tanto la figura di Barack Obama quanto le scelte macroeconomiche compiute a Washington. Allo stesso tempo, è innegabile che la Casa Bianca sia stata spesso, nel corso dell'ultimo secolo, un centro di irradiamento di impulsi importanti nella ridefinizione degli equilibri del capitalismo statunitense e globale: basti qui pensare al New Deal rooseveltiano, agli accordi di Bretton Woods e al Piano Marshall, alla fine della convertibilità oro-dollaro, alla (contro-)rivoluzione neoliberale promossa da Ronald Reagan. E' legittimo pertanto cercare di fare un primo bilancio della presidenza Obama (anche) sotto questo aspetto.

 

Come è facile ricordare, Obama assunse la presidenza nel 2009 al culmine della cosiddetta “grande recessione” iniziata nel due anni prima, in un momento nel quale il PIL statunitense segnava la caduta più marcata dai lontani anni Trenta. Con un ingente piano di salvataggio delle banche “troppo grandi per fallire” (ereditato dall'amministrazione repubblicana uscente), un imponente piano di stimolo fiscale e una politica monetaria iper-espansiva, nel corso del suo primo mandato l'amministrazione Obama ha contributo dapprima a fermare il crollo e poi a riportare l'economia statunitense alla crescita. Si è trattato di una ripresa economica tutt'altro che trionfale (associata per giunta a una diminuzione assai lenta della disoccupazione), in grado tuttavia di porre gli Stati Uniti fuori dalle austere asperità in cui si trovano ancora impelagati, per esempio, i Paesi europei.

 

Al prezzo di notevoli scontri con il Congresso, dall'amministrazione Obama sono poi giunte altre misure che hanno modificato in parte la fisionomia del capitalismo statunitense. Nel primo mandato hanno visto la luce la legge sulla sanità (la cosiddetta “Obamacare”) e la legge Dodd-Frank mirante a un moderato riordino del sistema finanziario. Nel secondo mandato hanno trovato invece attuazione l'innalzamento del salario minimo e varie misure di promozione dell'economia “verde” (sebbene accompagnate da un notevole aumento del ricorso all'estrazione di petrolio e gas naturale con la tecnica del fracking, la cui regolamentazione non è materia di competenza federale).

 

Nel complesso è possibile affermare che Obama, tanto sul piano retorico quanto sul piano delle misure intraprese, ha tenuto fede alle promesse centriste con cui era giunto alla Casa Bianca. Ha frenato decisamente rispetto alla precedente trentennale esaltazione della “magia del mercato”, senza però offrire un modello alternativo. Ha introdotto nelle proprie politiche elementi ridistributivi, senza però aggredire la disuguaglianza strutturale che caratterizza ormai da decenni la società statunitense. Ha smussato gli spigoli più acuminati del (neo-)liberismo statunitense, ma senza rotture epocali rispetto a quella che, pure, da quasi un decennio è un'ideologia in profonda crisi. Come testimoniato dalle biografie di coloro che hanno occupato i posti chiave della politica economica obamiana (Larry Summers, Tim Geithner), il Presidente si è circondato di figure già attive nell'amministrazione di Bill Clinton, comunque provenienti dal mondo finanziario. Da questo punto di vista, la nomina al Tesoro di un personaggio di basso profilo come Lew, nel secondo mandato, rappresenta una specie di sanzione della modalità “pilota automatico” in cui è entrata l'economia di Obama, una volta compiuta la missione originaria di “calmare i mercati”.  

 

Sulla base di queste coordinate, l'economia statunitense di questi anni ha continuato a poggiare sul triplice indebitamento che da quarant'anni caratterizza quello che lo storico liberal Charlie Maier chiama “l'impero del consumo”: indebitamento privato, indebitamento pubblico e indebitamento estero. Lo ha fatto, complessivamente, in misura minore rispetto agli anni di George W. Bush, ma anche in questo caso senza dare adito a un cambiamento strutturale. All'inizio, il problema maggiore pareva derivare dall'indebitamento estero (nel 2009 il governo e la banca centrale cinese protestarono con toni inconsueti contro l'utilizzo spregiudicato, da parte statunitense, del “privilegio esorbitante” di disporre del dollaro come valuta di riserva mondiale). Negli anni successivi, a attrarre i riflettori è stato il debito pubblico federale, anche a causa della conclamata volontà dei repubblicani di utilizzarlo come strumento di polemica politica contro il presidente (pur in presenza di deficit in diminuzione). Nel corso del secondo mandato, invece, ha ripreso a crescere (anche in rapporto al PIL) proprio quell'indebitamento privato che costituisce tanto il principale motore dei consumi, quanto il principale punto debole di quello che l'economista Riccardo Bellofiore ha chiamato il “keynesismo privatizzato” statunitense degli ultimi decenni. Stanno forse in questi dati gli elementi più problematici dell'eredità di Obama, sia se li si erge a simboli di un atteggiamento dilatorio rispetto alle tensioni sociali presenti nel Paese, sia se si prendono in considerazione le conseguenze a cui il mondo intero è esposto al momento dell'esplosione delle bolle finanziarie del Paese centrale del capitalismo contemporaneo.

 

 

 

 

* Duccio Basosi insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia