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26 aprile 2017
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Alla ricerca della pietra filosofale (politica)

Paolo Pombeni - 21.12.2016
Pietra filosofale

Siamo all’ennesimo dibattito per la ricerca di una legge elettorale che rimetta in sesto il nostro disastrato sistema politico. Se ci è consentito, vorremmo dire che si tratta di un dibattito stucchevole che appassiona solo i politici di professione (per l’ovvia ragione che ne va del loro futuro personale), mentre coinvolge molto poco la gente normale che non si raccapezza in astruserie e tecnicismi di cui non comprende le ragioni. Il fatto è che ormai per la classe politica italiana, dalla crisi della prima repubblica in avanti, la questione elettorale è diventata quello che nel medioevo era il tormento per la ricerca della pietra dei filosofi a cui si attribuiva la capacità di trasformare per semplice contatto i metalli vili in oro.

In fondo tutti vorrebbero credere che esista un sistema mirabile grazie al quale si può perfettamente combinare rappresentatività e governabilità, stabilità e mobilità, in modo che il voto degli elettori ci consegni un paese emendato dalle pecche della nostra decadenza politica (che, naturalmente, ciascuno vede nell’impossibilità di diventare “lui” il perno decisore del sistema).

Spiegare che un tale sistema non esiste, né se lo si immagina a prescindere dai vincoli esistenti, né se cinicamente lo si riduce a “porcata” con cui battere gli avversari, è un’impresa disperata, perché i politici vogliono ardentemente credere che esista e perché tanti che fanno di mestiere i cercatori di quel Santo Graal li sostengono nella fede per non perdere l’impiego.

Sarebbe invece opportuno che nell’immaginare un sistema elettorale si partisse dalla elementare constatazione che gli elettori non sono in grado di superare i limiti loro propri, se non con il sostegno di terapie mirate. Ora il problema fondamentale dell’Italia d’oggi è la presenza di una duplice crisi: quella della cultura politica e quella dei canali per formarla e trasmetterla.

Come ha mostrato con evidenza la vicenda del referendum istituzionale, ragionare di politica è un’impresa ardua, perché manca la condivisione di un linguaggio e di concetti comuni. Si parla di rappresentanza, di governabilità, di sistemi di check and balance, senza avere nessun accordo su cosa significhino queste ed altre parole, per cui lo scontro è ridotto a quello classico di tutti i conflitti fra fedi religiose: credi alla mia verità, perché quella dell’avversario viene dal Maligno. Dialogo mai, perché il dialogo è già una resa alle subdole arti di Satana.

Se non si bonifica il terreno da questa subcultura che ha pervaso gran parte dell’opinione pubblica non si caverà il classico ragno dal buco: per il combinato disposto che un simile modo di impostare il confronto politico impedisce di ricercare convergenze sui problemi da affrontare e porta alla ribalta i fanatici delle opposte fedi (il termine è eccessivo, ma si usa per capirci …). Elezioni combattute con il principio che non si fanno prigionieri non danno risultati di governabilità con nessun sistema: al massimo, nel caso di netta prevalenza di uno degli estremismi in campo, possono compiacere l’illusione di onnipotenza dei suoi rappresentanti (illusione che si sfascerà presto contro il muro della realtà).

Il problema è complicato dalla debolezza del secondo corno del nostro dilemma: la assoluta scarsità di agenzie che possano occuparsi della bonifica dei campi devastati da queste pseudo guerre di religione. Il panorama degli attuali partiti italiani è a dir poco desolante, perché tutti sono dominati dai conflitti relativi ai loro equilibri interni e avvelenati dall’incertezza che prende alla gola le loro classi dirigenti su quello che potrà essere il loro futuro. Di conseguenza per loro rischiare, intraprendendo la via nuova del ripensamento delle nostre categorie politiche, è molto difficile. Meglio continuare nella ricerca della pietra filosofale del sistema elettorale che potrà cavare per loro le castagne dal fuoco.

Qui però si finisce in un gorgo che rischia di trascinare a fondo il paese, perché si confrontano due visioni antitetiche. La prima è quella che vuole spicciarsi nell’affidare agli elettori il compito di decidere sulle lotte in corso: ogni fazione di questa metà campo è convinta di poter cavalcare l’onda del risentimento popolare verso una politica includente, gli uni pensando che ciò batterà le forze oggi al potere, gli altri convinti che al dunque la gente si allontanerà dai populisti che non danno garanzie. La seconda è quella che ancora vuole individuare un sistema che dia “garanzie” a tutte le formazioni in campo, pazienza se alla fine si garantirà la sopravvivenza di ceti politici che non hanno davvero meritato per contributi al progresso del paese.

Il conflitto fra queste due visioni rischia di impantanare il nostro paese in un momento molto delicato, senza che per altro si sia in grado di dare alcun contributo a quella maturazione di cultura politica che è assolutamente necessaria.

La speranza, la quale alla vigilia di un nuovo anno deve pur continuare a vivere, è che, come accadde con gli alchimisti che si arrovellavano alla ricerca della pietra filosofale e che loro malgrado contribuirono a far avanzare conoscenze scientifiche più fondate, anche gli alchimisti politici di oggi finiscano, loro malgrado, per contribuire all’avvio di un processo che sblocchi la stagnazione del nostro sistema.